"Non si vede bene che con il cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi"
(Saint Exupery)
Consegnato a parole, miti, filosofie, letterature e arti, il primato della vista si identifica da sempre con il possesso del sapere e l'esercizio del potere. Se in greco antico il lessico del vedere e quello del conoscere sono tutt'uno e se per il Platone de "La Repubblica" è filosofo "chi ama lo spettacolo della verità", l'equivalenza di teoria e visione, che fonda e attraversa l'intera metafisica occidentale, non ha nulla del dato acquietante, anzi si configura come una drammaturgia che è urgente interrogare.
Nel Timeo e nella Repubblica, infatti, Platone sottolinea come l'occhio sia fuoco della luce e del corpo, non abbia bisogno, a differenza di altri organi di senso, del contatto, e, nella forma esteriore, sia il più simile al sole, che simboleggia l'Idea del Bene, cioè il culmine della conoscenza, a cui conformare la nostra esistenza più autentica.
In questo senso, esercitare gli occhi allo sguardo, alla visione, significa liberarsi dalla zavorra delle opinioni, delle voci inautentiche con cui il mondo cerca di intercettare la nostra esistenza per manipolarla, omologarla, uniformarla secondo linguaggi e saperi acritici, desertificando, di conseguenza, il pensiero e amputando i nostri vissuti, le nostre irripetibili biografie dei loro sentimenti più genuini.
L'occhio, dunque, è segno di uno sguardo verginale, di una capacità di ri-leggere il mondo con un pensiero autonomo, consapevole, del coraggio di percorrere sentieri non ancora battuti, corroborati e fecondati dallo spirito del viandante che, inquieto, articola senza posa, in ampiezza e profondità, domande sempre nuove.
Lo sguardo diventa quindi il nesso tra noi e il mondo, tra noi e gli altri, tra noi e la vita coinvolgendo così tutti gli ambiti della conoscenza e dell’espressione.

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